Schede

“L’insieme dei film documentari sino ad ora prodotti
si avvicina di molto al peso del mondo”
Maurizio Fantoni Minnella

 

Sguardi sulla realtà: il reporter di guerra e di mafia

 

War photographer, 96′, di  Christian Frei (2002)

war-photographer

E’ stato distribuito e presentato a vari festival nel 2001 “War Photographer” di Christian Frei, che ha seguito James Nachtwey, il più famoso fotografo di guerre al mondo, per un paio di anni.

Particolare l’utilizzo per la prima volta proprio in questo reportage di una telecamera montata sulla fotocamera di Nachtwey per simulare la stretta visione possibile al fotografo inquadrando le concitate scene di guerra. Anche questo fattore, oltre che alle qualità del lavoro del fotografo in questione, e alla pericolosità dei momenti delle riprese durante la guerriglia palestinese, ha contribuito a rendere famoso questo documentario.

Battaglia, 58′,  di Daniela Zanzotto (2004)

battaglia

 

 

 

A 37 anni, insieme alle tre figlie, Letizia Battaglia lascia il marito sposato a 16 anni e diventa giornalista. Prende in mano la macchina fotografica quando scopre che le è più facile vendere i suoi articoli insieme a delle immagini, e così scopre una bruciante passione per la fotografia. Dopo anni di corse in Vespa sulle scene dei crimini con la sua macchina fotografica, Letizia si ritrova con un notevole archivio di immagini rappresentanti decadenza e morte in una Palermo teatro di continue stragi di mafia. Quando non le basta più fotografare quello che succede, Letizia diventa una personalità di spicco nella lotta contro la Mafia, ed entra in politica con i Verdi a difesa dell’ambiente e per preservare la sua amata città.

Letizia vive intensamente e fuori delle convenzioni, e anche se con le sue immagini ha documentato dolore, morte e decadenza, mantiene un’incredibile passione per la giustizia e le cose semplici della vita. In questa fase riflessiva della vita, ora Letizia medita sul significato del suo lavoro, sull’avanzare degli anni, e si chiede se il tempo rimastole sarà abbastanza per fare tutto ciò che vuole fare.

 

 

 

 

 


1959-2009

Omaggio a Cuba

omaggio-a-cuba

A cinquant’anni dall’entrata trionfale a L’Avana di Fidel Castro, Ernesto Che Guevara, Camilo Cinfuegos e gli altri “barbudos”, sono successe molte cose, una più di tutte: la caduta del Muro di Berlino e la conseguente trasformazione degli assetti sociali e d economici mondiali. In altre parole: la globalizzazione.

Tra mille contraddizioni, alcune delle quali decisamente irrisolite, la società cubana è giunta sino ad oggi, portando con sé alcuni importanti risultati come la cinematografia cubana che è ancora tra le prime  e più avanzate dell’America Latina.

Se il mito della Rivoluzione che fu allora un evento importante, ma soprattutto inevitabile e necessario, si è definitivamente appannato, il nostro omaggio possiede un duplice significato: quello di  memoria storica e di riconocimento di una volontà innovatrice nella società come nell’arte, che purtroppo è venuta meno nell’inesorabile intreccio con il potere. Lo aveva ben compreso  il Che, il quale, preferì a quello stesso potere, la rivoluzione permanente che alla fine risultò più sublimazione eroica che  atto concreto di liberazione dell’uomo..

 

Inediti:

Santiago Álvarez:  (1919 – 1998  )

santiago

Documentarista della rivoluzione cubana, Santiago Alvarez,  può essere giustamente considerato il maestro della non fiction cabana e un modello decisivo per le generazioni a venire.

Filmografia:

Ciclon, 1963, Now, 1965, Mi hermano Fidel, 1967, Hanoi martes 13, 1967, 79 primaveras, 1969, Como porche y para què  se asasina un general? 1971, (tutta l’opera dell’autore è inedita in Italia);

Tre cortometraggi:

Ciclon (1963) Documenta con vigore e poesia gli effetti devastanti di un nubifragio che nel 196..si abbatte sull’isola., rinunciando a qualsiasi commento fuori campo in difesa della semplice verità delle immagini (che richiamano la grande tradizione documentaristica europea, in particolare la lezione di Luis Bunuel e di Ioris Ivens. Alla furia devastante della natura si contrappone la volontà dell’uomo di resistere (con Castro in prima fila) opponendovi la propria forza.

79 Primaveras (1969) In questo eccezionale documento, la vita e le scelte politiche del leader della rivoluzione vietnamita Ho Chi Minh, sono descritte  entro una prospettiva  di evidente ispirazione umanistica.

Now! (1965) Film sperimentale e insieme contributo militante alla lotta per i diritti degli afroamericani e allo loro autodeterminazione, quindi un implicito omaggio al jazz, emblema della cultura dei neri americani. Esso si compane esclusivamente di fotogrammi fissi che mostrano episodi di violenza razzista e di rivolta, ripresi con movimenti di macchina che seguono il ritmo di un brano musicale jazz cantato da una voce femminile. Un analogo esperimento fu tentato più tardi, nel 19.., dal regista italiano Gianni Amico con Suite della libertà subito, ispirato all’ormai leggendario album jazz di Max Roach, Freedom Now Suite.


Fernando Perez  Valdes

perez

Regista e scrittore. Ha pubblicato articoli e saggi sul cinema insegnando Storia del Cinema all’università de L’Avana e nella Escuela Internacional de Cine de San Antonio de los Baños.

Nel 1962, studia economia e lingua russa, da inizio alla propria attività cinematografica come assistente di produzione, traduttore. Nel 1971 collabora come aiuto regista in diversi lungometraggi di finzione.. Nel 1975 inizia la sua carriera di documentarista,girando una dozzina di film cui si aggingono numerose edizioni del  Noticiero ICAIC Latinoamericano. Nel 1987, dirige  il suo primo lungometraggio di finzione. La sua opera ha ricevuto diversi premi in concorsi e festival nazionali e internazionali. Nel 1982 ha ricevuto il premio Casa de las Américas per il reportage Corresponsales de guerra.

 

 

FILMOGRAFÍA DOCUMENTARISTICA

1972
Girón. (Asistente de Dirección. Doc.).
1975
Puerto Rico. (Codirección con Jesús Díaz. Doc. 85´).
Crónica de la victoria. (Codirección con Jesús Díaz. Doc. 36´).
Cascos blancos. (Doc. 21´).
1976
Angola: Victoria de la Esperanza. (Asistente de Dirección).
La Batalla de Jigüe. (Asistente de Dirección).
1977
Cabinda. (Doc. 30´).
La sexta parte del mundo. (Codirección. Doc. 90´).
1978
Siembro viento en mi ciudad. (Doc. 24´).
Sábado Rojo. (Doc. 10´).
1979
Monimbó es Nicaragua. (Reportaje del Noticiero ICAIC No. 933 18´).
1980
4000 niños. (Doc. 15´).
1981
Mineros. (Doc. 12´).
Las armas invisibles. (Doc. 14´).
1982
Camilo. (Doc. 24´).
1983
Omara. (Doc. 26´).
1985
La isla del tesoro. (Codirección con Roger Montañés. Doc. 55´).
1996
Y si fuera cierto. (Serie de 8 capítulos para la TV chilena conjuntamente con Silvio Caiozzi).
2003
Suite Habana. (Doc. 80´).


Suite Havana, 2003

suite-habana

Il film è innanzitutto un atto d’amore versso L’Havana e i suoi abitanti. Un poema visivo su una giornata di alcuni abitanti dellla metropoli caraibica, colti nella loro dimensione quotidiana, dove non sono importanti le parole ma i volti, i gesti e  i sentimenti che da essi traspaiono.

Presentato con successo nel 2002 al Festival del Cinema Latinoamericano di Trieste, non ha mai ottenuto una distribuzione italiana visione nazionale. Un documentario nella sua forma più pura ed essenziale. Un autentico capolavoro.


Nicolás Guillén Landrián (1938-2003)

nicolas

Considerato da molti critici come il documentarista cubano più originale di tutti i tempi, lavorò per  l’ICAIC (Istituto di Arte e Industria Cinematografica), dal 1961 al 1971 quando ne fu espulso. Nel 1968, il suo documentario Caffe Arabiga, sulla raccolta del caffè, fu censurato  per aver accostato l’immagine di Fidel Castro con la musica dei Beatles, che era proibita. Il cortometraggio illustrava il progetto governativo  attraverso un montaggio vertiginoso e originale che utilizza la tecnica del collge visivi dove grafica, suono e immagine si fondono in un unico linguaggio.

Nonostante fosse il nipote del grande poeta afrocubano Nicolas Guillen, il regime lo internè in un ospedale psichiatrico e  successivamente in carcere. Nel 1988 partecipò a una esposizione di artisti dissidenti che fu interrotta dallle fore dell’ordine.

Esiliato negli Stati Uniti, vi muore nel 2003, proprio mentre è impegnato nella realizzazione di un nuovo documentario. Il suo corpò fu tuttavia riportato a L’Aavana.

E’ il geniale autore di una quindicina tra cortometraggi, tutti segnati da uno sguardo originale sulla realtà, e una sensibilità poetica nell’uso del sonoro e nell’ esplicità volontà di non sovrapporre alla purezza delle immagini alcun commento.

La Settimana del Documentario ha scelto quattro cortometraggi dell’autore in anteprima italiana:

Ocel del Too, 1965: vita quotidiana di un giovane contadine della Regione  d’Oriente, descritta nel suo fluire lento, senza dialoghi e con l’utilizzo di un commento sonoro

Reportaje, 1966: nella ritualità di un funerale simbolico, di un comizio o di un ballo africano, ciò che conta non né la parola ma la profondità dello sguardo della gente dietro la quale si nasconde più verità di qualsiasi discorso o ragionamento.

Cafféa Arabiga, 1968: ecco il cortometraggio incriminato, che costò incompensibilmente  al suo autore la censura e anni di ostracismo.

Desde la Habana 1969 recordar, 1969: opera dichiaratamente sperimentale e al tempo stesso intenso spaccato di vita in un antico quartiere di L’Avana, girato con la consueta sensibilità e pudore nel mostrare la condizione umana, nella miglior tradizione del grande documentarismo umanista.

 

Ciascuno dei tre autori presentati, propone una propria visione della realtà di Cuba:

 politica quella di Santiago Alvarez , antropologica quella di Nicolas Guillen Lan-

drian, fenomenologica quella di Fernando Perez.

 
Manuel Zayas (1975)

manuel

Esponente dell’ultima generazione di documentaristi cubani e docente della Escuela Internacional de Cine de  San Antonio, Manuel Zayas dedica al grande cineasta Guillen Landrian  Cafè con leche, un omaggio in forma di documentario nel quale è possibile cogliere l’intima essenza del cinema di questo  maestro che a Cuba, solo ora viene riscoperto e che La Settimana del Documentario è lieta di proporre per la prima volta al pubblico italiano.


Marco Bertozzi, Storia del documentario italiano (Marsilio editori, 2008)

storia-documentario

Il libro di Marco Bertozzi, a sua volta documentarista affermato e docente di Cinematografia documentaria, che vanta una straordinaria ricchezza di immagini inedite, ripercorre la storia culturale del Novecento italiano legandola alle vicende dei protagonisti e delle opere del panorama documentario. Vi confluiscono riflessioni e temi legati al mondo dell’arte (i critofilm di Carlo Ludovico Ragghianti, la prima produzione di Luciano Emmer), delle scienze sociali (Ernesto De Martino e il cinema antropologico), della politica (i documentari utilizzati come video-prove ai processi per il G8 di Genova). Il libro restituisce un’immagine d’insieme della produzione documentaria italiana da cui emergono conferme (grandi maestri, come Vittorio De Seta), esordi eccellenti (Antonioni, Zurlini, Maselli…), risvolti appassionanti (la riscoperta di Pasolini documentarista), approfondimenti tematici (Olmi e il cinema d’industria) per poi virare decisamente verso l’attualità, dagli anni della contestazione (il cinema dei movimenti, quello di Alberto Grifi) alla nuova onda del documentario italiano, con autori del calibro di Alina Marazzi, Alessandro Rossetto, Agostino Ferrente.

La passione dell’addetto ai lavori unita all’assoluta novità di una storia curiosa, mai raccontata e per troppo tempo tenuta ai margini, fanno di questo libro uno strumento indispensabile per addentrarsi nei territori di una realtà in fermento, che al momento si configura come la più importante del cinema italiano.


Marco Bertozzi

 

 

 

bertozzi

Marco Bertozzi insegna Storia del cinema documentario al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e Cinematografia documentaria al DAMS di Roma Tre.

Professore associato di “Cinema, fotografia e televisione” all’Università di Macerata ha pubblicato saggi sulle origini del cinema, sul cinema documentario e sulle relazioni fra il cinema e la città. Allievo di Ermanno Olmi, fa parte del gruppo di autori che, negli ultimi anni, ha contribuito alla riscoperta e alla rinascita del documentario italiano con un forte impegno teorico, didattico e di promozione culturale (con l’Accademia di Francia, l’Associazione Italiana Documentaristi, il Premio Solinas, l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico). Realizza documentari sui temi dell’immaginario urbano e delle identità culturali.

Filmografia:

“Lo scenario della vacanza nella metropoli balneare romagnola” (sua tesi di laurea in Architettura, 1989, Premio speciale della giuria al TourFilmFestival di Montecatini);

“Note per quattro amici” (Gabbiano d’argento ad Anteprima per il cinema indipendente italiano, 1993);

“Fieri… e basta!” (vincitore del concorso per documentari sull’identità giovanile in Emilia-Romagna, 1999);

“Rimini Lampedusa Italia” (2004)

“Il senso degli altri” (2007, presentati entrambi al Torino Film Festival);

“Appunti romani” (vincitore, fra gli altri, del Festival del Cinema d’arte di Asolo, del Mediterraneo Video Festival di Paestum, della Mostra Big Screen 2006, in Cina).

 

 

Poesia della terra

Il Cinema di Franco Piavoli

piavoli

Mi piace costruire un cinema che richiami  i valori

della musica, e della pittura più che le regole del

teatro.Un cinema che non segua una linea narrativa

tradizionale ma che crei il racconto attraverso la

concertazione di diverse voci , di diverse immagini

di diversi frammenti, per trarne un mosaico

policromo , un concerto sinfonico o polifonico.

Franco Piavoli

Laureato in legge, esercita per alcuni anni la professione di avvocato. Realizza il documentario Stagioni nel 1961; in seguito abbandona l’avvocatura per insegnare in un istituto tecnico e dedicarsi al lavoro di documentarista. Dopo aver realizzato altri documentari (Domenica sera, Emigranti, Evasi), nel 1983 si mette in luce nel panorama cinematografico internazionale nel 1983 quando presenta Il pianeta azzurro, suo lungometraggio d’esordio al Festival del cinema di Venezia. Negli anni seguenti ha realizzato altri tre lungometraggi: Nostos – Il Ritorno, nel 1989; Voci nel tempo nel 1996 e Al primo soffio di vento, nel 2002. Un film ogni sei-sette anni, questo perché Franco Piavoli è un regista totalmente al di fuori delle logiche del mercato cinematografico commerciale; gira dove, quando e, soprattutto, come vuole lui. Il suo cinema è molto lontano da quello comune contemporaneo. Piavoli non dà molta importanza alle parole (nei suoi film, in generale, sono poche le parole pronunciate dai protagonisti), ma è attentissimo alle immagini. Con le bellissime immagini dei suoi film, mette in mostra tutta la sua grande abilità, e passione, fotografica. Nel 2007 l’associazione culturale Centro Coscienza di Milano ha dedicato a Franco Piavoli una retrospettiva intitolata “Franco Piavoli. Il dono dei sensi” esponendo le fotografie giovanili di Piavoli scattate negli anni tra il 1951 e il 1953, i dipinti a olio del 1978 in preparazione a una sequenza di “Il pianeta azzurro” ed un’ampia scelta di fotogrammi tratti dai suoi cortometraggi e dai lungometraggi.

Filmografia

Lungometraggi

  • Il pianeta azzurro, 1982. In concorso al 50mo Festival di Venezia.
  • Nostos – Il Ritorno, 1989.
  • Voci nel tempo, 1996.
  • Al primo soffio di vento, 2002.

Cortometraggi e mediometraggi

*    Affettuosa presenza, 2004.

  • Il parco del Mincio, 1987. Lucidi inganni, 1986. Evasi, 1964. Emigranti, 1963. Domenica sera, 1962. Le stagioni, 1961. Incidente, 1955. Ambulatorio, 1954. Uccellanda, 1953.


Il pianeta azzurro

pianeta-azzurro

Il film segue il ciclo delle stagioni nel paesaggio di campagna, dal risveglio della vita dopo le gelate invernali alle fioriture della primavera, il calore estivo nel lavoro dei campi e il crepuscolo dell’autunno. L’uomo si confronta con la natura nel susseguirsi delle stagioni e nei momenti essenziali della sua esistenza: l’infanzia, l’amore, il cibo, il lavoro, il dolore. Il film è costruito attraverso tempi lunghi che vogliono creare un’intima adesione degli spettatori con i ritmi della natura: alcune sequenze durano diversi minuti senza l’ausilio di effetti e accelerazioni. L’opera è stata realizzata in due anni in totale libertà realizzativa: Silvano Agosti ha fornito a Piavoli una cinepresa Arriflex con cui il regista e la sua assistente Neria Poli hanno potuto girare 30.000 metri di pellicola. Il film è completamente privo di commento musicale, salvo una messa di Josquin Desprez nel finale. Un capolavoro.


Voci nel tempo

voci-nel-tempo

Piavoli riparte esattamente da dove aveva concluso con Il pianeta azzurro. Mette in scena, ancora una volta, il susseguirsi delle stagioni della Natura e in questo mondo inserisce l’uomo. La presenza umana è la grossa novità rispetto al Pianeta azzurro. Ma è un uomo che non è mai  protagonista assoluto del cinema di Franco Piavoli. In scena c’è sempre lei: la Natura; e l’essere umano non risulta altro che uno delle tante, variegate, componenti di questa meravigliosa Natura. Ambientato nel bellissimo paese di Castellaro Lagusello, uno dei “Borghi più belli d’Italia”, il film racconta le diverse fasi della vita umana, parallelamente al susseguirsi delle stagioni della natura. L’uomo, visto attraverso le sue gesta, il suo socializzare, i suoi giochi, i suoi pensieri e i suoi turbamenti. Il male non è mai in scena, ma nel bucolico paese (mondo) di Piavoli c’è molta malinconia. La malinconia non compare con l’autunno, il matrimonio (inserito nell’estate, della stagione e della vita) è già decadente. Piavoli lo mette in scena, pessimisticamente, quando “tutto” sembra già essere accaduto. Da lì in avanti è solo un lento decadere. Pessimista a tratti, ma grande sognatore e creatore di immagini. La luna, immancabile leopardiana presenza, svetta nel cielo e assiste alle umane vicende. Non solo: Piavoli, in chiusura di una sequenza d’amore tra giovani, la fa unire in amore ad un pioppo, proseguimento e completamento dell’amore universale. Sequenza che richiama in parte la, ancor più splendida, sovrapposizione/unione di Nostos con la grandissima luna.
Voci nel tempo è, con Il pianeta azzurro, il film di Franco Piavoli più completo e perfetto. E’ il culmine della rappresentazione del mondo cinematografico del regista lombardo.


Al primo soffio di vento

vento

Viaggio alla scoperta del mondo visto, in un afoso pomeriggio estivo, dai vari componenti di una famiglia: un ottico con i suoi strumenti di precisione, la figlia dodicenne che vive i primi turbamenti, la moglie che vaga da una stanza all’altra ricordando alcuni versi d’amore, la zia alla ricerca di una persona inesistente, il padre infermo nell’immobilità della vecchiaia.

Al primo soffio di vento parte nel momento in cui la famiglia termina un pranzo, è seduta a tavola: c’è silenzio e riposo. Due situazioni dal quale il cinema di solito sfugge, ma Piavoli riesce a riprenderle, sottolinearle, esaltarle. E’ un cinema dei tempi dilatati, o più semplicemente, dei tempi reali. Un cinema lontano dagli schemi tradizionali correnti. Un cinema del colore e delle belle immagini, come un robusto uomo di colore che fa rotolare balle di fieno sotto un sole cocente in una distesa color ocra. Le note di un pianoforte, una composizione floreale, dipinti e poesie, una ricca biblioteca da cui estrarre un libro da leggere nel proprio studiolo da umanista per dare a questa pellicola (e a questo cinema) un’Anima alta. La stessa Anima che ha bisogno di andare fuori di casa, magari a farsi un tuffo e nuotare nelle acque del suo fiume, dove una ragazza trova lo sguardo del suo primo amore. La stessa Anima che esce, cammina, prende un azzurro treno di provincia e si ritrova, spaesata, nella sala d’attesa affollata di pensieri. E l’anima del regista, di questo regista, unico nel panorama cinematografico italiano attuale, che conduce lo spettatore lungo questo susseguirsi di immagini, ricordando (e riprendendo) che sotto il sole cocente, anche gli animali riposano accaldati.
In generale Al primo soffio di vento si può considerare un film sulla solitudine e sulla malinconia del vivere dell’uomo occidentale. Una profonda riflessione, quella di Piavoli, che affianca a questa nostalgia della solitudine, la vitalità degli immigrati che ancora non hanno conosciuto il benessere. Il film non è però tutto qui. Non è possibile racchiuderlo in una  formula.

La sequenza dell’incontro al fiume tra la ragazzina dai capelli rossi e il ragazzo che nuota è l’incontro di lei con l’Amore. E’, per Piavoli, la riproposizione dell’incontro tra Giasone e Medea cantato da Apollonio Rodio nelle Argonautiche. “Rimase immobile. [...] Si guardavano, muti senza parole, l’uno vicino all’altra, come le querce che hanno radici nei monti e sono immobili. Ma al primo soffio di vento si agitano e sussurrano senza fine.

 

 

Alessandro Rossetto

rossetto

(Padova, 1963) Ha studiato cinema documentario al Centre de Recherche Cinématographique dell’università di Nanterre a Parigi. E’ autore cinematografico, produttore e direttore della fotografia-operatore alla macchina. “Chiusura”, suo ultimo film di lungometragio, è stato premiato al Festival dei Popoli 2002, a Firenze. Coprodotto da Fandango, con Arte, YLE Finlandia e BBC, è stato trasmesso da cinque televisioni europee e presentato a svariati festival internazionali. E’ co-autore della sceneggiatura “L’Ariacherespiro” e di una serie di “studi per film”, tra cui “Nulla due Volte” cortometraggio selezionato a svariati festival nel 2004. Attualmente è al lavoro su un film documentario di lungometraggio e sulla sceneggiatura per un film di finzione di futura realizzazione.
Filmografia: “Il fuoco di Napoli” (1997), “Bibione Bye Bye One” (1999), “Chiusura” (2001).


Liberate Feltrinelli!

feltrinelli

Questa volta parliamo di un film quasi fantasma. E’ una storia un po’ imbarazzante, che dura da qualche mese e che per ora sembra non trovare una via d’uscita.

Tre anni fa la Feltrinelli chiede ad Alessandro Rossetto, tra i pochi documentaristi italiani conosciuti oltre confine, di realizzare un film sulla sua stessa storia. Si festeggiano i cinquant’anni della gloriosa casa editrice fondata da un uomo geniale e misterioso, Giangiacomo Feltrinelli (indimenticabile l’immagine in b/n dell’editore che, un po’ rigido, parla guardando in macchina, con le dita sul panciotto a mo’ di “cumenda”), nell’Italia che stava per fare boom.

L’operazione è senza dubbio curiosa: un regista con una propria cifra stilistica, è chiamato a ideare e dirigere un film che vuole essere qualcosa di più di una banale celebrazione. E la risposta di Alessandro non delude: Feltrinelli (questo il titolo del film) è indipendente, elegante, originale, per certi versi militante. Forse anche troppo se proprio dobbiamo individuarne un difetto. Non si parla solo della casa editrice, ma anche della figura di Giangiacomo Feltrinelli e il limite è proprio nell’esaltare un po’ oltre il dovuto il suo spirito ribelle, eversivo, a rischio di farne un santino (bello è giusto, però, cominciare dal lugubre traliccio di Segrate). A mio giudizio Feltrinelli è, invece, un uomo molto più complesso di come ne esce dal film, tanto che mi arriva più originale il racconto che ne fa suo figlio Carlo, colui che oggi guida la casa editrice, nel bel libro-confessione Senjor Service.

A parte ciò, Alessandro con quest’opera supera la difficile prova del film “promosso da” e conferma il proprio talento, che gli è ampiamente riconosciuto dai produttori (Carlo Cresto-Dina per Feltrinelli-Eskimosa e, ancor più, dagli svizzeri della Dschoint ventschr e dai tedeschi della Pandora Film, insomma tutta gente che il documentario lo mastica da tempo). Ultimo ma non ultimo, il non facile pubblico di Locarno lo accoglie favorevolmente.

Un talento quello di Alessandro (ben aiutato dalla fotografia di Gian Enrico Bianchi e dal montaggio di Jacopo Quadri), che è tutto nello starsene un po’ in disparte, come fa sempre con una maestria che gli invidio, “rubando” pezzi di vita con una macchina da presa estetica e mai estetizzante, durante una difficile riunione di vertice o nel complesso confronto-scontro tra scrittore e editor o ancora “spiando” Garcia Marquez e la Arendt ospiti in Italia. E assecondando il racconto di ciò che di solito non si vede nei film celebrativi, per esempio il disagio di un bravo editore, che durante l’annuale kermesse di Francoforte, deve accettare il passaggio di parte dei diritti delle opere di Ernesto Che Guevara dalla sua Feltrinelli alla Mondadori. Insomma, le mani di Berlusconi sull’icona del pensiero-azione marxista.

La verità è che di queste cose ne accadono spesso oggi e forse non c’è molto da scandalizzarsi. In prossimità del ’68, di questi possibili incidenti ci aveva già avvertiti un signore che si chiamava Herbert Marcuse. Scriveva che la società dei consumi, quella che un tempo si chiamava capitalista, un po’ per volta assorbe tutto, anche il pensiero più eretico. In conclusione, era certo un po’ triste ma incredibilmente umano scrutare il volto contrariato di Carlo Feltrinelli, che vedeva allontanarsi parte dei diritti editoriali del grande rivoluzionario argentino.

Cosa accade a questo punto? Accade che mentre Feltrinelli va in onda su Arte (Francia+Germania+Belgio), in Italia non circola se non all’interno di alcune delle numerose librerie che la casa editrice milanese ha sparse lungo la penisola e solo per qualche giorno.

Perché? Si domandano in tanti. Cos’ha questo film da non poter essere visto in Italia, al cinema, in tv o in home-video? Ognuno (ahimé, nel ristretto numero di chi si interessa di queste cose) fa la sua diagnosi e ci si domanda se non sia proprio lo “smacco” di Francoforte ad aver creato questa querelle tipicamente nostrana.

La notizia rimbalza sui giornali e, non senza polemiche, a Hollywood party, il programma di e sul cinema che va in onda su Radiotre. Qualcuno maligna pure che sia stata proprio la parte dedicata a  Feltrinelli a creare qualche problema: rispolverare gli impeti rivoluzionari del fondatore (a proposito, bella la testimonianza di Valerio Bertini, il creatore delle prime librerie Feltrinelli, che da socialista vecchia maniera provava invano a frenare le intemperanze di Giangiacomo) potrebbe creare qualche dissonanza con l’attuale politica tutta marketing della casa editrice.

Su quest’ultima ipotesi ho qualche dubbio. Francamente sarebbe fin troppo grossolana la paura di rinvangare il passato, rivelando al pubblico più giovane lo storico passaggio alla clandestinità dell’inquieto padre fondatore, per esempio. Al contrario mi convince sempre più l’altra ipotesi: che, in sintesi, chi guida la Feltrinelli, semplicemente non desidera mostrare i propri umani punti deboli, a dire il vero, del tutto compensibili in una società impazzita qual’è la nostra.

Ma è altro che voglio ribadire. In fondo non importa quale sia la causa reale di questa sorta di censura, perché tale dobbiamo chiamarla, a meno che non ci siano forti motivazioni riguardo l’assenza del film di Rossetto sul mercato, motivazioni per me indecifrabili ad ora.

Importa che ciò lo faccia la Feltrinelli, cioè tutt’oggi (anche se in chiave più soft) l’incarnazione di una sinistra laica e libertaria che molto ha dato al nostro Paese.

Su questo credo che bisogna meditare un po’ tutti, perché se la querelle rimanesse tale, a mio parere significherebbe che i problemi di quest’Italia così malconcia, non sono ascrivibili solo al Signor Berlusconi, ma che riguardano la società italiana tutta, incapace di accettare lo sguardo indiscreto dell’artista. Perché era chiaro fin dall’inizio che ad essere chiamato a fare il film non fosse un signorsì, ma, al contrario, un autore giustamente orgoglioso del proprio punto di vista. Sommessamente vi prego, Inge e Carlo: liberate Feltrinelli!

Gianfranco Pannone, marzo  2007

Slideshow
Get the Flash Player to see the slideshow.
Indice
Sponsor

Promosso da:

freezone

In collaborazione con:

logo-ultimo-Provincia-di-Varese

LOGO-COOP-LOMBARDIA-ALTISSIMA

LOGO-MIV

logo-MIV-cafè

logo_Vale-Moskito

LOOGO-DOCUME'

Con il patrocinio di:

Logo-Città-Giardino

LOGO-ITALIA-CUBA1

LOGO-CASA-AMERICA

LOGO-SNCCI

LOGO-SVIZZERA-CUBA2